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Santuario della Bona Dea su Monte S. Angelo in Arcese. Un'importante iscrizione rinvenuta sul territorio (C.I.L. XIV 3530), che alcuni vogliono emersa esattamente sul Monte S. Angelo in Arcese ed altri nei colli prossimi a S. Gregorio, ci da importanti riferimenti temporali e spaziali.
Eccone il testo con le integrazioni nelle parentesi:
BONAE DEAE SANCTISSIMAE CAELESTI.
L.PAQVEDIVS FESTVS REDEMPTOR
OPERVM CAESAR(IS) ET PVPLICORVM.
AEDEM DIRITAM/REFECIT.QVOD ADIVTORIO EIVS/RIVOM AQVAE CLAVDIAE AVGVST (AE)/SVB MONTE AEFLANO CONSVMMA/VIT. IMP(ERATORE) DOMIT(IANO) CAESAR(E)AVG(VSTO) GERM(ANICO)/XIIII CO(N)S(VLE) V NON(AS) IVL(IAS)/
Dunque la lapide fu collocata "(ante diem) quintum Nonas Julias" cioè il 3 luglio (dell'88 d.C.) da Lucio Paquedio Festo, appaltatore (redemptor) delle opere di Casare (=dell'imperatore) e delle opere pubbliche (puplicorum=publicorum) il quale restaurò (refecit) il tempio (aedem) fàtiscente (dìritam=dirutam), della dea, a cui l'iscnzione è dedicata, e cioè la BONA DEA SANCTISSIMA CAELESTIS. Il ringraziamento era rivolto a lei perchè con il suo aiuto (quod adiutorio eius) portò a termine (consummavit) il condotto (rivom=rivum) dell'Acqua Clàudia Augusta (aquae Claudiae Augustae) sotto il monte Eflano (sub monte Aeflano=AefuIano); essendo imperatore Cesare Augusto Domiziano Germanico (Imperatore Domitiano Caesare Augusto Germanico) il quale ricopriva allora pere la XIV volta il consolato (XIIII consule=88 d.C.) Sul ritrovamento dell'epigrafe notizie ci vengono date da Antonio Del Re, che in un manoscritto del 1611 (Ms., Barber., LIII, 52) ci dice testualmente:”Stava nella chiesa di S. Angelo nella sommità di un monte oggi detto S. Angelo in Valle Arcese o vero in Valle di Fiaccia. Dunque nella chiesa andò sicuramente a finire, ma non sappiamo da quale luogo proveniente. Nel 1600 la lapide era nel castello baronale di S. Gregorio, presa ovviamente dalla chiesa di S.Angelo, che già allora doveva essere in piena decadenza.
Sul tempio della Bona Dea secondo la maggior parte degli storici sarebbe stata edificata già nell'alto Medioevo una chiesa, che fu affiancata da un monastero. Le sue origini si riportano alla fine del sec. VI allorché avrebbe avuto il titolo di S. Pamphilo. Nel sec. IX si chiamò di S.Angelo o Sant'Arcangelo. Il pontefice Sergio II la rifece dalle fondamenta con splendide decorazioni nel periodo 844-847 "largiorem quam pridem fuerat a fundamentis perfecit, ac radiantibus picturis luculente pingere iussit, ac sarta tecta eius noviter restauravit" (Lib. Pontif., ed. Duchesne, II, 92). La officiarono per primi i Benedettini di Subiaco (fino al sec. XII) poi i Cistercensi. Nel 1302 Bonifacio VIII la diede al convento di S. Maria di Palazzolo presso Albano; ma già nel 1320 Giovanni XXII la assegnò la monastero di S. Lorenzo in Panispema di Roma. Nel territorio gestito dal monastero e precisamente sul Passo dello Stonio sorse un castelletto che nel 1402 troviamo in possesso degli Orsini, oggi detto ancora "Castellaccio". Visitatori illustri della chiesa e del monastero furono il 7 settembre 1461 il pontefice Pio II Piccolomini e Biondo Flavio. Allora la chiesa si chiamava di S.Caterina ed era per l'ennesima volta m decadenza. Malgrado questo degrado, lo storico potè scrivere di aver visto un pavimento marmoreo a tasselli di vari colori così bello che poche chiese romane potevano dire di averne uno simile: "conscensum est tunc in montis verticem, et omnes cum pontifìce in tem- plum ingressi non satis mirari poteramus pavimenta marmoribus tessellata versicoloribus, ita ornata, ut a paucis Romanae urbis basilicarum pavimentis pulchritudine superentur, quibus sunt adsimiles columnae altaris ciborium sustentantes". (trad.: Si salì allora sulla sommità del monte, e tutti assieme al pontefice entrati nella chiesa non potevamo abbastanza ammirare i pavimenti tessellati di marmi dai vari colori, così armoniosi, da essere vinti in bellezza da pochi pavimenti delle basiliche della città di Roma, ai quali sono simili le colonne sostenenti il ciborio dell'altare). La chiesa, comunque, allora non decadde del tutto perché nella visita pastorale condotta dal vescovo di Tivoli Mons. Giovanni Andrea Croce il 2 agosto 1570, si dice che egli "personalmente si portò alla chiesa parrocchiale di S.Maria di Monte Arsiccio della quale quel giorno don Francesco Navarro, spagnolo, "venne immesso nel possesso, ad opera dello stesso reverendo vicario, in forza della Bolla del santissimo Sovrano nostro Papa Pio V".(Die 2 augusti 1570. Supradictus Reverendus Dominus Vicarius volens prosequi inceptam visitationem personaliter se contulit ad parrocchialem ecclesiam sancte Marie Montis Arsitii de qua hodie dominus Franciscus Navarrus hispanus per eundem Reverendum Dominum Vicarium fuit immissus in possessionem vigore bullarum santissimi Domini Nostri Pii pape quinti). Nella successiva visita pastorale dell'8 luglio 1572 il prelato trovò tutto in ordine e diligentemente curato. Al rettore Francesco Navarro si era intanto affiancato il cappellano frate Antonio Frezolino. Dalla lettura del breve resoconto delle due visite pastorali si ricava che il monte è detto "Arsiccio" a causa di un verisimile incendio che deve aver arso tra il 1461 ed il 1570 le piante del monte ed arrecato forse danni alla chiesa ed al monastero; ma non così gravi da impedirvi la ripresa della vita. Sarebbe stata cambiata anche la denominazione della chiesa, non più intitolata a S.Caterinaa, ma a S.Maria. La cosa non è strana se si tiene conto della diffusione del culto mariano divenuto prepotente a partire dal sec. XV. Basterà ricordare che solo lungo la sottostante Via Carciana sorgevano le chiese dette della Madonna dell'Oliva (1512), della Madonna di Carciano (inizi del'600), del Nome di Maria (1684) (in questo caso l'espansione spaziale dalla zona prossima alla città a quella più distante, coincide con quella temporale). Nei secoli più vicini a noi, a partire dall'inizio del sec. XVII, chiesa e monastero furono di nuovo abbandonati ed oggi rimangono resti considerevoli a testimoniare un passato ricco di fascino anche nella ricostruzione storica degli avvenimenti che hanno interessato l'area "arcese". Sotto i resti medievali doveva essere, per continuità di culto, un tempio, forse della Bona Dea, che, secondo alcuni studiosi, avrebbe costituito un motivo di richiamo e di aggregazione per le vicine popolazioni come santuario confederale di antiche tradizioni italiche. La Bona dea era la divinità della fecondità e della prosperità in genere, il cui culto, a Roma, era riservato alla sole donne.